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venerdì 23 giugno 2017

ANIMA DA LUPO - la coscienza della fiera che respira dentro di noi

Immagine di Anime - Loki


“Chi ha paura del lupo cattivo?” - si chiedeva Cesare Musatti (1987 - Ed. CDE) - quando il pericolo è reale e immaginario insieme? Il lupo ‘cattivo’ ce l’abbiamo “dentro di noi”, e la paura del fobico è perciò una “paura di sé medesimo”, ed è il timore che mette in moto tutta una serie di contromisure, le quali sono a loro volta fonti di altre paure. 

Paura abbiamo sia degli istinti che di quelle che diciamo norme etiche. Se consideriamo le fobie”, e, certamente, “sembra che il lupo sia prevalentemente da individuare negli istinti, e dunque nell’Es. Nelle forme ossessive, però, minaccioso è sì l’insieme dei nostri impulsi istintivi, ma, contemporaneamente, anche l’istanza normativa (quel che per i freudiani è il Super-Io)”. 

Musatti riconosce una commistione di Es, l’istinto, e di Super Io, la norma, nel lupo della fiaba e nelle nostre paure quotidiane. Possiamo riconoscere la stessa commistione a livello collettivo, là dove l’intolleranza ci porta al terrore del lupo simbolico che ci minaccia dall’interno e dall’esterno. Paura dell'impulso a fare danni, paura del divieto e della norma. Un tema parecchio attuale, direi. E dire che nel Paradiso Terreste il lupo dimorava tranquillo insieme all'agnello (Isaia, XI, 6), ma è chiaro per tutti il fatto che dall'Eden si sia precipitati con il Tempo - da tempo - nel mondo reale.

In India la cosiddetta "età del lupo" è l’ultima età, corrispondente all'età del ferro per i greci, e del lupo quest'era conserva i valori, individualismo compreso. Anche nella mitologia greca egli è a guardia degli inferi, come guardiana è la lupa Terrifica (Ecate nel suo aspetto di cane nero) la quale è però anche lupa affettuosa e levatrice, colei che dà alla luce. Nel Medioevo, il lupo è il Diavolo e un po' di quest'aura satanassa così ben descritta da Alfonso Di Nola, permea lo sguardo della fiera che scorrazza nella nostra mente contemporanea. Ipostasi dell’Uroboro, anche il lupo come il serpente divora la propria coda ovvero si auto-divora poiché egli è il mondo nel suo ciclico danzare. La storia di Licaone che viene trasformato da Zeus in lupo e si autodistrugge prima del diluvio e della fine del mondo ci richiama alla memoria questo moto di creazione e morte seguita da rigenerazione.

Considerando l'importanza di questo simbolo, potremmo dunque volergli un po' più di bene. Proteggere l'immagine del lupo dentro di noi e smetterla di raccontare ai bambini una sola versione di Cappuccetto Rosso. Inventiamoci nuove storie, favole dentro le quali il lupo possa essere anche amabile. Zenobio nel secondo DC: “il lupo è sempre sotto accusa, colpevole o meno che sia”. Flagello e rinnovamento, fiera apocalittica, associato con l’inverno e la fame. Eppure, quel soffio selvaggio, quell'oscuro... ansimare... è la “traccia divina della vita” per l’eremita, il “lupo delle steppe” di Hesse, è uno specchio per l'uomo, “animale smarrito in un mondo a lui estraneo e per lui incomprensibile”, indubbiamente da ascoltare.

“Con la distruzione di cui è l’artefice, il lupo provoca una metamorfosi, il passaggio cioè da uno stato all’altro.” Ha una funzione di psicopompo, guida nel regno dei morti e del lato oscuro una occasione di coscienza, se ne ascoltiamo la voce. Ha una dualità che lo accomuna ad Apollo, Lukogenès nato da lupo Zeus, Lukios a forma di lupo, affine a lyké, guarda caso "luce".

“Il lupo conosce
l’ordine delle foreste”
(canto funebre rumeno)

In Normandia, ogni anno (secondo l'autore de "Il simbolismo del lupo", Christophe Levalois, Giovanni Oggero Editore, 1989) ogni anno in giugno ha luogo la "Festa del lupo verde", recentemente trasformata in festival. Anticamente veniva scelto un lupo dell’anno; il protagonista girava per il paese vestito di verde e, alla sera, la confraternita di San Giovanni portava in piazza il lupo per ballare. Si balla, si tenta di afferrare il lupo, se ne simula il rogo. Il colore verde è rigenerazione, è fecondità, è l'inverno che lascia il posto all'estate, la nuova pelle il germe del nuovo. Il lupo simboleggia determinati momenti del tempo: appartiene sia alla età aurea che alla decadenza e assomiglia davvero tanto all’anima dell'uomo, artefice della distruzione e della propria salvezza.


NE PARLO ANCORA SU PSICONLINE IN QUESTO ARTICOLO:
 
https://www.psiconline.it/contemporaneamente-luci-ed-ombre-del-millennio/categorie/contemporaneamente-luci-ed-ombre-del-millennio.html

venerdì 21 aprile 2017

CONTEMPORANEA/MENTE - LA MIA NUOVA RUBRICA SU PSICONLINE

Cari lettori di BARLUMI DI COSCIENZA, come state? 

Innanzi tutto, voglio augurarvi una buona rinascita primaverile, un buon presente. Desidero parlarvi della mia nuova rubrica, il BLOG che ha preso avvio da un mesetto sul sito:

www.psiconline.it

Si tratta di uno spazio che ho chiamato CONTEMPORANEA/MENTE. Descrivo la faccenda nel modo seguente: 
- Questa rubrica potrebbe sfoggiare diversi titoli che ruotino intorno all’avverbio “contemporaneamente” nelle accezioni che saltano, appunto, in mente pronunciando il termine in questione. Ad esempio potrebbe chiamarsi “Riflessioni dall’Antropocene: tra presenza e assenza” oppure  ancora “In questo Tempo: pensieri sugli opposti psichici” e così via, sperando di accendere in voi la curiosità e l’interesse che vi consentiranno di seguirmi d’ora in poi.
Per commentare direttamente sul sito potrete accedere sia iscrivendovi allo stesso via mail, sia via Facebook - una procedura che non vi ruberà molto tempo. Mi piacerebbe ritrovarvi in quella sede e parlare con voi di tematiche che francamente ritengo importantissime, ovvero le nostre umane contraddizioni di figli nati in un'epoca borderline.
Il primo articolo che troverete delinea la questione dell'onnipotenza umana a partire da una notizia scelta tra varie informazioni tratte da quotidiani e riviste. Questo sarà il format redazionale del percorso che faremo insieme: uno stimolo, un input dal mondo con riflessione annessa seguendo il filo tra le luci e le ombre del mondo contemporaneo. 
Alcuni scienziati entusiasticamente dichiarano di essere riusciti a creare il MAMMUFANTE, ovvero un ibrido tra il mammut e l'elefante, mentre gli elefanti vengono quotidianamente uccisi per via dell'avorio. Non è una bufala, anche se di certo qualcuno tra voi solleverà il sopracciglio e dirà "non ci credo". Certi scenari distopici sono certamente più reali del previsto. O, forse, sono reali e previsti da tempo. Dal mio minuscolo spazio-tempo osservo la spirale delle ere geologiche e penso che la nostra specie esiste "da un centimetro o poco più", ma il nostro Io, l'Io-Re che ci guida dimentica facilmente di essere solo un puntino sulla via della vita e predilige il ruolo di sovrano del nostro stesso DNA, di signore della terra e dei cieli, di tiranno assoluto sul senso delle cose.
RI-EQUILIBRIAMOCI, DAI! Escher teaches...

Ne vedremo delle belle.
Vi aspetto.

https://www.psiconline.it/contemporaneamente-luci-ed-ombre-del-millennio/categorie/contemporaneamente-luci-ed-ombre-del-millennio.html

lunedì 3 aprile 2017

SULLA PROIEZIONE - #psychocandies for #barlumidicoscienza

FOTOGRAFIA ON THE ROAD - VBM


"Tutte le proiezioni nascono da un'identificazione inconscia con l'oggetto. Ogni proiezione esiste semplicemente come un dato ovvio e non sottoposto a critica, e solo più tardi essa viene riconosciuta come tale e ritirata. 

Tutto ciò che noi oggi designiamo come 'mente' e 'conoscenza' era, nel corso dei millenni e dei secoli precedenti, proiettato nelle cose, e ancor oggi più di una testa pensante attribuisce validità universale alle sue idiosincrasie personali." 

Carl Gustav Jung - Opere, numero 14 - MYSTERIUM CONIUNCTIONIS - Bollati Boringhieri - 1990 - (pag.489)

domenica 22 gennaio 2017

LA FANTASIA DI STUPRO E LA GOLIARDIA - considerazioni psico-Social

Navigando per il web si può notare come in questi giorni stiano emergendo scenari inquietanti che mostrano gruppi di uomini impegnati allegramente in discussioni "diversamente elevate". 
Tali spazi virtuali si fondano sulla dichiarazione corale del desiderio di "scopare", "prendere", "fare cose", "infilare", "punire", insomma agire attraverso penetrazioni varie e variegate sul corpo delle donne.

Le donne oggetto di questo desiderio condiviso sono fidanzate, amiche, perfette sconosciute che vengono vivisezionate a partire da una fotografia, spesso scaricata direttamente dal profilo Facebook o Twitter della malcapitata e utilizzata a mo' di bersaglio per questo bizzarro gioco da arena. 

Chi vince?



Nessuno ma tutti partecipano, come si evince dalle parole del blogger Il Maschio Beta, rimbalzate di blog in blog fino ad approdare a ben altre tipologie di gruppo su Facebook, al fine di stimolare la presa di coscienza e il confronto sull'argomento.

In alcuni di questi gruppi nei quali le "battute fra amici" sfiorano le corde più oscure dell'essere umano per diventare barzelletta, sono presenti anche alcune donne. Parola di Raffaele Sollecito: leggi qui

Sulla fantasia di stupro nelle donne, invece, consiglio questo articolo con i relativi link: leggi qui.



Pompei, Casa degli Epigrammi



TU E I TUOI COMPARI


Il gruppo rende forti, il gruppo ti fa sentire protetto e di certo un gruppo nel quale la tua identità resti bidimensionale, fatta di scrittura zoppicante tra un post all'altro e di fotografie, creata utilizzando il tuo vero nome oppure un nickname, ti offre la possibilità di togliere le briglie a qualsiasi mostro ti si agiti dentro.
Sta alla coscienza di te stesso e degli obiettivi del tuo utilizzo dei Social Network il riconoscimento del limite da porre, naturalmente.
In assenza di un contenitore (psicologico e relazionale) sufficientemente attento agli aspetti etici, dove l'empatia possa essere diretta alla vittima-bersaglio, le dita digitano QUALUNQUE PAROLA PRONUNCIATA DAL TUO INCONSCIO

Se la vittima-bersaglio non è nemmeno percepita come tale, viene reificata senza minimamente considerare gli aspetti etici della questione, ed è facilmente trasformata in pungiball, calderone nel quale gettare le proprie emozioni, wc, contenitore per vomitare, ricettacolo di sperma virtuale. 
Se la simpatia, che non è l'empatia, va invece ai compagni di merende-carnefici, lo scenario di partenza non apre prospettive differenti da un videogame, da una storia che prende vita sì, ma in una realtà "altra" e si discosta dalla ricchezza immaginale per quanto oscura e violenta essa possa essere, perché il racconto di una storia di stupro viene messo là fuori, condiviso con altri, e sottolineato, e rafforzato nel torneo a più voci, teso a dimostrare chi la spara più grossa. 
Tutto ciò non è propriamente una novità.
Un tempo le masturbazioni, individuali e di gruppo venivano agite osservando i giornaletti pornografici o, semplicemente, le riviste femminile di mamma. Oggi, è tutta un'altra faccenda, grazie ai Social, ma occorre, a mio avviso, una rieducazione alla fruizione delle immagini.

Sì, perché la "fantasia di stupro" ci riguarda tutti, uomini e donne, ma il metterla a disposizione del caos, proiettandola all'esterno senza prendersene cura a livello psichico non ha nulla a che fare con la presa di coscienza del messaggio simbolico che essa contiene. 

Nel primo caso, si segue l'Ombra dell'essere umano senza consapevolezza. Ci si confonde con le ombre che si agitano nel collettivo.

Riporto qui sotto un paio di brani tratti dall'articolo che ho scritto circa un anno fa dopo i fatti di Colonia. L'articolo completo si trova qui: * 

L'ho scritto sulla rivista www.psychiatryonline.it per la quale ho curato una rubrica di orientamento junghiano, e oggi il tema del Fallo simbolico è quanto mai attuale.



DELLE DUE OMBRE DEL FALLO

Tra gli analisti junghiani dei quali ho apprezzato maggiormente gli scritti annovero Eugene Monick ed Erich Neumann.

Relativamente al principio maschile - quello che abita nella psiche di noi esseri umani, e che si tratti di uomini o di donne esso ci riguarda tutti, il pensiero di Monick si discosta dalla posizione di Erich Neumann.

Quest’ultimo assegna a Dioniso, a Pan, a Ermes, agli dei boschivi, che sono spiriti terrestri, ma anche tenebrosi e lunari - il ruolo di meri satelliti della Grande Dea. Lei, dispensatrice di vita e di morte, non avrebbe necessità che di fuchi, di adepti, di creature a lei e solo a lei votate. Se i figli-giullari della Madre sono succubi, persi nella difficoltà immensa del cercare se stessi, l’Ombra del maschile è relegata nel buio perenne. Un buio pieno di violenza e di odio.

Alla luce del giorno risplende l’eroe fallico, l’Apollo della situazione, mentre nella notte trama l’incattivito demone separato dal primo.
Il simbolo solare e la sua Ombra di nerezza sono in realtà due aspetti dello stesso elemento della psiche maschile, integrabili – forse sì, forse no – a seconda della disposizione di ogni individuo alla consapevolezza.
Eugene Monick, analista junghiano della Pennsylvania (morto nel 2007), scrittore di “Phallos - il maschile nel mito, nella storia, nella coscienza d'oggi" edito da Red, Como - molti altri lavori sul tema, amplifica la teoria del primo e considera la teoria del doppio Fallo (l'ipotesi Sole e Ombra del Sole) come una deformazione del pensiero patriarcale e dualista.
A Monick non basta guardare il SOLE e la sua OMBRA.
In questo senso, sotto il sole il femminile finisce per essere costretto nella stessa doppiezza del maschile, senza troppi spazi per far fruttare le molteplici reciproche ombreggiature.
Il Fallo simbolico ctonio, il Sulphur Niger degli alchimisti, l’elemento maschile basso e violento, lo stupratore infero, deve essere dunque osservato e compreso nella psiche maschile "alla stessa stregua del Fallo solare, cioè contenente elementi di bene e di male."
Quindi, per abbozzare uno schema del PRINCIPIO MASCHILE a partire dall'eredità di Eugene Monick:

FALLO SOLARE 
ha elementi utili, buoni, caldi, sa fecondare
+
ha elementi eccessivi, troppo rigidi e dogmatici
(Ombra del Fallo solare)
FALLO INFERO
ha elementi generativi e fecondi
+
ha elementi distruttivi e violenti, stupranti
(Ombra del Fallo infero)

E ancora, un secondo branetto.

L'Ombra del Fallo solare è lo stilista che definisce come la donna si debba vestire. E' colui che vuole il corpo di lei velato, infibulato, con il perizoma, con il tacco, di sola pelle. Lui dichiara cosa e come lei debba essere e comportarsi per sedurlo da qui all’eternità.
È lui a dettare le regole della bellezza e lo spazio di libertà della "Puella", ovvero della fanciulla troppo poco autonoma per definire da sola le proprie leggi.
Dopo i fatti di Colonia, ad esempio, molte persone qui in Italia si sono sentite urtate dalle frasi di alcuni uomini della televisione e della Chiesa, i quali hanno usato espressioni come “le nostre donne” e “in Occidente le donne sono sacre”.
Probabilmente, dentro le parole utilizzate per cercare – chissà – di esprimere lo smarrimento di chi le ha pronunciate, queste persone hanno visto proprio questo tipo di Ombra perbenista e paternalistica.

La soluzione sta nella coscienza delle mille facce che siamo.
La possibilità sta nella dinamica tra le parti.
La possibilità sta nel saper(si) immaginare, piuttosto che nell'agire.

Certamente, scrivere di stupro virtuale è già da considerare in parte un agire, anche se si tratta di un agire digitando coralmente, scrivendo in modo "goliardico" con l'intento o meno di stimolare la masturbazione.
La natura bestiale ci riguarda tutti, uomini e donne. La corruzione operata dagli aspetti oscuri, la seduzione delle sirene mortifere, ci coglie tutti e prepararsi non significa fuggire, ma guardare per comprendere, senza negare e uccidere le immagini che ci spaventano o che ci attraggono in modo viscerale, o che tendiamo a banalizzare un po' troppo, proprio per difenderci dalla portata emotiva delle stesse. 

Solo in questo modo potremo scoprire anche le ricchezze del mondo sommerso, un mondo in cui la sirena sguazza con grande abilità.



Renato Guttuso




EDUCARCI ALLA RELAZIONE - OLTRE LA SCISSIONE

La scissione de è stata operata con precisione da bisturi. Una separazione netta nella psiche degli uomini e anche delle donne. Vergine e puttana, sirena malefica e fata benefica, eccetera. Operazione chirurgica e divisione matematica che, in un certo senso, è stata anche salvifica.
Catalogare la femmina come solo madre buona o moglie sottomessa, infibularla per farla propria, sedurla e regalarle un appartamento, un gioiello, una pelliccia; relegarla in artifici da boudoir, capitolare tra le sue braccia di sirena ed odiarla a morte come nemica, ammirarla e desiderarla Lolita, proteggerla da vergine e disprezzarla, se particolarmente libera di fare come più le aggrada, chiamandola "troia" è servito per lo meno a poterla raccontare in letteratura, a produrre una nutrita filmografia di ruoli femminili stereotipati e spesso stantii.
E' stato utile al maschio, che abbiamo visto diviso in aspetti separati tra luci e ombre - per imparare l'abc del femminile. Utile per poter studiare la biologia del rapporto e capire, scoprire, che, ohibò!, non è mai stato l'astro lunare il responsabile ultimo del concepimento - spiegazione che sembrava analogia scontata col ventre pieno di lei - ma il seme maschile, proprio il tuo, proprio il suo. Dal darsi un ruolo nella propagazione della vita al dominare la situazione il passo fu breve e questo modello leggermente antiquato permane tuttora. 

Che fare?

E' giunto il tempo di parlare con le immagini dell'inconscio collettivo che si rivolgono a noi senza parole per scoprire i tesori nelle ombre.
E' da dire che, per scoprir tesori, occorre uscire un attimo dal contesto iper-stimolante del "Circolo delle seghe" su Facebook, per guardare il mondo oltre la nebbia dell'autocompiacimento.

Un lavoro difficile, un percorso che va supportato e sostenuto quando sono gli uomini stessi a proporlo. Ad esempio il suddetto blogger "Il Maschio Beta" quando scrive:


Mi chiedo se questi ragazzi e uomini che si aggirano tranquillamente tra di noi, che sono noi, dimostrano la stessa violenza nei confronti di oggetti inanimati; mi chiedo se nella situazione contraria, se cioè a comportarsi così fossero delle donne, non ci sarebbe una sollevazione di massa contro l’oggettificazione di cui sarebbero vittime a quel punto innocenti ragazzi; e mi chiedo con che faccia questi hanno il coraggio di guardare una donna e vederla solo come un corpo ad uso esclusivo del proprio desiderio. Soprattutto, mi chiedo se questa violenza rimane confinata (per modo di dire) ai gruppi chiusi di Facebook, perché è troppo facile sminuire questa aggressività come “chiacchiere da ragazzi”. Il problema è che noi maschi veniamo socializzati a percepire il sesso come un diritto, come qualcosa di dovuto. Molti di noi maschi trovano offensivo per il proprio orgoglio che una donna da cui siamo attratti eserciti la sua libertà sessuale con più di un maschio se nessuno di loro è quel maschio, perciò quando vedono una bella ragazza, anche in fotografia, e per qualunque ragione sanno che non ci starebbe (anche banalmente perché non li conosce), molti si sentono autorizzati ad insultarla: “è bella; senz’altro fa sesso; ma non lo fa con me. E perché non onora il MIO membro? Svergognata, puttana!”. *

Diciamo che, esplorando esplorando, possiamo almeno dire che una certa par condicio nella questione vittime-bersaglio è in effetti presente, come si evince dal gruppo Facebook intitolato "Seghe e sborrate su foto di muscolosi": *
Ma, di fatto, ci vuole un possessore di pene per perdere la ragione e per, eventualmente, ritrovarla e cominciare a riflettere. Ai maschietti, dunque, l'ardua sentenza.

Un consiglio bibliografico: "Il rito dello stupro - il sacrificio delle donne nellolenza sessuale" di B. A. Te Paske, ormai introvabile in Red Edizioni ma recuperabile on line."

lunedì 16 gennaio 2017

ACQUA DUREVOLE - il senso degli anziani per la vita

Aqua permanens è per gli alchimisti l'elemento durevole, la Pietra Filosofale.

Quando un gruppo di donne "over ottanta" comincia a parlare di acqua, descrivendo la stessa come "meravigliosa", "elemento nel quale da giovane nuotavo infinitamente, non volevo mai uscire dall'acqua", "una cosa che dà vita, senza sei morto, me l'hanno detto anche i dottori che, se voglio vivere, devo bere", "se penso al mare, io mi sento meglio", "non possiamo fare senza, ma un tempo c'erano i pozzi o le fonti, mentre oggi siamo tutte qui con la nostra bottiglietta", io - che sto conducendo il suddetto gruppo di narrazioni e tecniche espressive in qualità di psicologa e psicoterapeuta, comprendo che siamo arrivate - dopo dodici incontri - al nocciolo della questione.  
Se poi, dal tema liquido, si passa a nominare come se niente fosse il vapore acqueo e, infine, si torna alla "terra", non posso che ricordare alle simpatiche signore il quarto elemento, quello che cuoce il cibo del nostro quotidiano. "Ma certo!", dice R., "è il fuoco!".

Capisco che si sta parlando di un simbolo, perché l'emozione permea le partecipanti, mentre poche frasi significative intervallano pause dense e occhi vivificati. 

Qualcuna dice: "Non abbiamo paura della Morte, perché la stiamo aspettando noi tutte.". - "La Morte", dice un'altra signora, "è naturale.".  

Naturale è la Morte così come la Vita, quella che nell'acqua "durevole", l'acqua che scorre nel sangue delle cose, ci permette di scivolare con leggerezza anche sopra gli scogli.

"The divine water, aqua permanens, is that which we might call the liquid version of self. It is the primal water which contains all four elements. Man's inner life is the "secret place" where the aqua permanens et coagulens, the panacea, the spark of the light of nature, are to be found. The alchemists put their art on the level of divine revelation and regarded it as an essential component of redemption." ~Jung

"L'acqua divina, aqua permanens, è ciò che chiamiamo la versione liquida del Sé. 
L'acqua dell'origine che contiene i quattro elementi. La vita interiore dell'Uomo è il "luogo segreto" dove l'aqua permanens e coagulens, la panacea, il barlume della luce di natura, sono ritrovati. Gli alchimisti mettono la loro arte al livello della divina rivelazione e la considerano come componente essenziale della redenzione." °Jung 

Una riflessione brevissima a partire da un laboratorio di #narrazioni e #arte con un gruppo di anziani residenti in una struttura torinese.
Dodici incontri con otto-dieci partecipanti che di volta in volta hanno raccontato episodi di vita vissuta, emozioni esperite, sogni d'infanzia e desideri realizzati, oppure no, nel corso della propria vita. Una vita lunga ottant'anni, come minimo. Tra i membri del gruppo c'è anche M., di novantasei anni.

M. ride, sorride e continua a chiacchierare ricordando episodi vissuti, uno dopo l'altro, come se fossero ciliegie rosse e profumate, quelle che, come si suol dire, "una tira l'altra".
Le sue compagne di laboratorio - poiché l'unico elemento maschile del gruppo è deceduto qualche settimana fa - sono concordi nel ricordare l'importanza del simbolo acquatico e del trovare un giusto livello. Tra le immagini scelte per comporre il cartellone collettivo, un arcano maggiore: La Stella (XVII), dolce signorina senza veli che versa l'acqua nelle acque del fiume, ininterrottamente, serena come il cielo notturno.

Nel corso dei dodici incontri si è parlato di tanti argomenti, a partire dalla città di origine, per tracciare il viaggio esistenziale attraverso gli affetti familiari e gli amori.
L'argomento più gettonato è stato, all'inizio dei lavori, la guerra; quasi tutti gli anziani hanno parlato dei bombardamenti. Le bombe sono impresse nell'animo, una memoria indelebile relativa al percorso di sopravvivenza, l'incubo che ha segnato l'avventurosa sopravvivenza delle donne che io chiamo, affettuosamente, "ragazze". 
Alla domanda: "Qual è stata la più grande impresa della vostra vita?" - non ottengo altra risposta che questa: "Siamo sopravvissute alla guerra.".

Se il sopravvivere alla Seconda Guerra Mondiale è stata l'impresa condotta a buon fine, di certo l'arrivo alla "Residenza X" è non tanto la meta finale - poiché l'incontro futuro con la Morte viene in modo del tutto spontaneo descritto come tale - ma la tappa che fa della vita un nuovo momento SOCIALE. 
Non si sta da sole qui, e si può condividere un pensiero comune, una riflessione fluida, scorrevole, vitale.

VBM
Fotografia mia/Laboratorio con anziani


martedì 29 novembre 2016

IL LIMITE DI PROMETEO - riflessioni per un'etica della responsabilità a partire dalla Rivista "Psiche Arte e Società"

Jan Cossiers, Prometeo porta il fuoco, 1637

Parlare di responsabilità oggi può subito apparire come una vera noia. Limite a che cosa? Frenare la ricerca, il desiderio, il diritto a qualche cosa? Concetti ben poco alla moda, poiché oggi in effetti va forte il tema SUPERAMENTO DEI LIMITI, declinabile in diversi motti, come fosse un nuovo verbo divino che prende vita in uno spot pubblicitario. 

Sto leggendo "Appunti per una Etica del Limite" di Simonetta Putti, in "Psiche Arte e Società - Rivista semestrale del Centro Studi Psiche Arte e Società - Numero 5 - Anno III - Ottobre 2016", edito da Lithos, Roma. Nel contempo, rifletto.

Se per un individuo in età fanciullesca, o per la società occidentale tutta - definita perfettamente da Robert Bly - scrittore di ispirazione junghiana - come "società degli eterni adolescenti" - questo ideale può essere vitale, perché spinge alla trasgressione del divieto genitoriale, necessario per crescere e per differenziarsi, qualora esso diventi modello per una cronicizzazione dell'agire sempre e comunque a lungo termine nel senso del potere, della determinazione all'andare oltre, incontra per forza di cose il proprio opposto. 

Ed è enantiodromia.

Che cos’è l’enantiodromia? 
Jung prende in prestito il termine dalla filosofia di Eraclito e traccia per noi quel fenomeno secondo il quale, divenuta predominante e unilaterale una certa posizione psicologica nella coscienza di un individuo o nel collettivo, nell'inconscio inevitabilmente prende forma e assume forza la posizione diametralmente opposta. Enantiodromia si compone di “enantios” (opposto) e “dromos” (corsa) - andando a illuminare la direzione in una corsa nell’opposto. Gira la ruota e cambia la direzione. Si tratta di una compresenza contrapposta (tra conscio e inconscio) di direttive inconciliabili, non integrabili: questo movimento diviene man mano inibizione della coscienza e può procedere fino al passaggio completo nell’opposto (sul tema degli opposti: Umberto Galimberti, Enciclopedia di Psicologia, Garzanti, Torino 2002).

"La tecnica è di gran lunga più debole della necessità"
(Eschilo)


E allora ogni cosa rischia di fermarsi per cristallizzarsi nell'adorazione della divinità dell'orgoglio. Hybris eroica, prometeica vivacità e presunzione che termina la sua corsa incatenata alla roccia, costretta a farsi divorare il fegato da un rapace.

L'aveva ben capito quel geniaccio diciannovenne di Mary Shelley, intitolando il proprio capolavoro "Frankenstein, o il novello Prometeo". Se il testo nasce, in parte, dalla moderna paura delle possibilità tecnologiche, da una visione offuscata dal timore, possiamo dire oggi con cognizione di causa che una serie nutrita di dottor Victor hanno realizzato la profezia. Passano spesso inosservati, poiché esercito ben assortito nel contesto della contemporaneità, in accordo - egosintonici - con la coscienza collettiva.

Si può fare?
E allora, scusate, perché non dovremmo fare?  
Non lo diceva forse anche Sant'Agostino? 
"Supera te stesso, e supererai il mondo."


Si può trovare una mediazione prima che l'unilateralità ci porti alla trasformazione obbligata nell'opposto (l'enantiodromia di cui sopra)? Nel mondo contemporaneo vanno forti le pellicole e i libri che parlano della inevitabile sconfitta di questa umana voracità pronta ad inghiottire ogni confine per farne possibilità eterne. Da Ridley Scott a Gareth Edwards, i registi di film di fantascienza non ce la mandano a dire,  Esprimono chiaramente attraverso l'arte cinematografica ciò che i miti antichi hanno sempre dichiarato. Ogni volta che l'eroe del caso, determinatissimo a trovare di volta in volta la chiave per la vita eterna, la felicità permanente, la formula per superare la morte, la pozione per l'immortalità, il clone che continui a vivere dopo di lui, il risveglio dopo l'ibernazione, un lontano pianeta per ricominciare, beh, ecco...

il lieto fine viene a mancare.


"Un re aveva il suo regno, e poi è morto. Inevitabile."
(in "Prometheus")



Ma perché? Possiamo farci due domande, non credete? Continuare sulla strada della negazione di un senso nel passato dell'umanità, nella storia e nella saggezza non fa che portare l'ideale Puer in un'area sorda al Senex. Il nuovo e il vecchio, il progresso e la tradizione, il Sì e il No, il fare e il non fare debbono poter entrare in relazione e dialogare alla ricerca di un compromesso, pena - appunto - l'inevitabile e irreversibile perdita di coscienza, la distruzione della possibilità stessa.  

Si può fare? Un'ottima cosa, davvero. Possiamo pensare di farlo. Ne vale la pena? Sì? No? Possiamo anche, non dimentichiamolo, decidere di non agire, di non approfondire, di non ricercare - la possibilità è possibile ma non sempre auspicabile.

Teniamo presenti sempre entrambi i livelli, qui sotto elencati con un paio di esempi (chiedo scusa in anticipo per l'ironia):

Livello 1. "Pensi di avere un limite, così provi a toccare questo limite. Accade qualcosa. E immediatamente riesci a correre un po' più forte, grazie al potere della tua mente, alla tua determinazione, al tuo istinto e grazie all'esperienza. Puoi volare molto in alto." 
Ayrton Senna

Livello 2. "Attenzione, non salire più in alto di così, no, no, noooooo!"
(Dedalo a suo figlio) - ma anche "Prometeo, sei stato molto gentile verso gli uomini, ma ora siediti un momento e datti una calmata" (Atena, la dea). 


Chi ci può aiutare, o meglio che cosa? 
Possiamo chiamare sul palco la signorina Etica?

Simonetta Putti scrive:

"A differenza di chi afferma che di fronte alla tecnica l'etica celebra la propria impotenza (Galimberti U.  in Psiche e Techne. L'Uomo nell'età della Tecnica, Milano, Feltrinelli, 2000), credo, con Hans Jonas (Tecnica, medicina ed Etica, Einaudi, Torino, 1997), che

l'etica abbia qualcosa da dire nelle questioni della tecnica.

Poiché la tecnica è esercizio del potere umano, costituendo una forma dell'agire, e ogni agire umano è esposto ad un esame morale."

Simonetta Putti è analista junghiana e psicoterapeuta, socia dell'A.R.P.A., l'Associazione per la Ricerca in Psicologia Analitica) nonché della I.A.A.P., un'altra sigla che ai non addetti ai lavori potrà suonare come semplice assemblaggio di lettere ma che significa molto per chi come me si muove nell'area junghiana. Infatti, nel 2015 ho avuto il piacere di partecipare ad uno dei Congressi di questo gruppo - ovvero l'International Association for Analythical Psychology. A Roma si sono incontrati teorici e clinici provenienti da ogni parte del globo. C'erano psicoterapeuti israeliani e una palestinese, cinesi e canadesi, americani ed europei. Un calderone nel quale ho visto cuocere a fuoco lento l'argomento che ogni partecipante ha avuto modo di sviluppare precedentemente per poi mettere in comune dubbi e domande: la questione "attivismo analitico nel mondo contemporaneo". Non possiamo più stare chiusi in una stanza a operare con gli alambicchi per produrre il nostro oro. Dobbiamo aprirci inevitabilmente al vivere politico, senza perdere l'anima della nostra professione, senza svendere e senza svilire ciò che facciamo. Dobbiamo scrivere, Confrontarci per avviare, nella complessità, una rete che non tema il meticciato perché noi, psicoterapeuti e analisti, siamo comunque sereni nella nostra individualità e professionalità. L'equilibrio tra individuo e gruppo, tra identità e collettività è conditio sine qua non per la messa in gioco delle conoscenze. 

Con Simonetta Putti e Silvana Graziella Ceresa ci siamo permesse senza paura di mescere pensieri e concetti, conoscenze e competenze, scrivendo veramente, nel concreto senso del termine, un libro a sei mani. Non si può dire a tre mani perché scrivendo al computer si usano inevitabilmente tutte le dita, e ciò vale per mancini o destrorsi. Ci siamo alternate nel girare il mestolo dentro il Vas alchemico. Abbiamo scritto un testo a tre colori per poi trasformarlo in un unica veste da pubblicare a nome di tutte e tre. Posso definirla, simbolicamente, una piccola opera di maternità collettiva. Non a caso ci siamo occupate del tema "maternità surrogata" che di simbolico ha invece ben poco. 
Abbiamo deciso di proseguire nelle riflessioni ampliando il campo e avviando una discussione ricca di spunti con i colleghi Davide Favero e Stefano Candellieri - * - 

Poiché, come giustamente sottolinea Simonetta Putti citando Jonas - "i vomeri possono essere dannosi quanto le spade", noi "non dobbiamo considerare soltanto i rischi delle tecnologie aggressive ma anche di quelle volte a scopi pacifici", e di certo - per fare un altro esempio - abbiamo cominciato ad accorgerci di quanto possano far male al nostro corpo e alla mente tutta una serie di inquinanti chimici che sono stati tanto utili per rendere il mondo un luogo "paradisiaco", sopra il quale muoversi con velocità, pieno zeppo di carne allevata intensivamente e di frutta e di verdura cresciuta con prontezza. 

"Abele, il fratello buono - il pacifico reattore - continua a scaricare i suoi veleni per i secoli a venire." (Etica e Psicologia, pag. 24)

Dunque è arrivato il momento. Nemmeno la psicologia può tirarsi indietro. Non è una buona mossa per i professionisti del caso l'allearsi a posizioni "politicamente corrette" - come è accaduto per alcuni movimenti e gruppi professionali negli ultimi tempi, né l'aderire a modelli eccessivamente "Puer" e connessi con il progressismo. 

Invitiamo alla distanza e al confronto, allo scontro aperto ma rispettoso, perché solo nell'arte del tessere il filo può diventare disegno complesso. Quale futuro vogliamo? Cominciamo dunque a porci la domanda.

Theodoor Rombouts, Prometeo - 1597-1637

Che dire?
Metto su il caffè e continuo a leggere.
Buona giornata.

In questo numero della Rivista, oltre all'articolo di Simonetta Putti, si trovano i contributi di: Amedeo Caruso, Giorgio Mosconi, Roberto Cantatrione, Vincenzo Ampolo, Valentina Bonaccio, Miriam Bonamini e Arcangela Miceli, Luigi D'Elia, Vincenzo Leccese, Alessandra Ojetti, Amedeo Pingitore, Guido Traversa.

VBM